Cima Madonna dei Canti │ Fuipiano
2026-06-16
Partiti nel tardo pomeriggio per un'escursione serale, il traffico non ha giocato a nostro favore ne tanto meno il navigatore che, segnalandoci una strada come aperta quando non lo era, ci è costato un'ora aggiuntiva per raggiungere la meta. Per fortuna le giornate estive sono lunghe e nonostante fossero le 19:00 quando siamo arrivati c'era ancora tanta luce. Lasciata l'auto esattamente nel punto in cui l'abbiamo parcheggiata per l'escursione ai Tre Faggi, ci inoltriamo nel sentiero e, invece di percorrerlo a destra, questa volta lo percorriamo per sinistra in direzione dei Canti. Percorrendo sentieri ben marcati, ad un certo punto ci inoltriamo nel sottobosco grazie ad una palina quadrata e bianca leggermemte nascosta. Il bosco ci sputa per un attimo su una piccola bocchetta con uno stagno e una palina che ci indica di proseguire dritto. Subito ripreso il cammino ci imbattiamo in un camoscio che, forse per marcare il suo territorio, non scappa ma, anzi, impunta le zampe dando secchi colpi a terra. Affascinati da questo animale continuiamo ancora per poco, fino all'ultima salita parecchio in piedi. Arrivati sulla cresta, possiamo vedere il tramonto che scende dietro il monte Resegone e, dalla sua direzione, sentiamo un forte vento rinfrescarci in questa calda serata. Alla Madonna dei Canti decidiamo di mangiare qualcosa velocemente ma i piatti già pronti che avevamo portato richiedevano di essere un minimo riscaldati e il riso risultava un'insime di chicchi stopposi che facevano fativa ad essere deglutiti. Con ancora tanta luce ma un vento gelido che ci ha un po colto alla sprovvista, ci inoltriamo ancora una volta nel sottobosco per ripararci, andando nella direzione dei Tre Faggi. Superato un paio di guglie, ecco un altro animale, probabilmente un capriolo, difficile a dirsi dato che è corso immediatamente lontano da noi. Arrivati ai Tre Faggi vediamo in lontananza un cumulo di nuvole nere che ci ha motivato ad accelerare onde evitare di bagnarci. Per fortuna non è scesa nessuna goccia e solo ora il buio della notte ci avvolgeva. Una volta percorso l'ultimo tratto completamente al buio, riusciamo a vedere un paio di lucciole prime di raggingere l'auto e tornare in città.
Ferrata Zucco Sileggio
2026-04-10
Qualche giorno dopo il precedente trekking, mio zio Patta mi mostra una foto dello Zucco dove ero passato, dicendomi che c'era una via ferrata. Ecco che il giorno seguente mi reco sullo stesso luogo ma, questa volta, essendo venerdì non ho potuto lasciare l'auto allo stesso parcheggio, a causa del divieto di sosta. Lasciato l'auto poco più a destra, ripercorro le stesse casupole nel senso opposto e il tratto finale dell'altra settimana ma deviando alla prima palina verso sinistra, per intraprendere il sentiero molto più pendente n° 17b. Dopo una ripida salita nel sottobosco, vengo sputato sullo Zucco di Tura. Dopo aver percorso una breve cresta e una piccola paretina attrezzata, ci si ritrova davanti 2 strette ma lunghe scale bianche di ferro. Qui è necessario un kit da ferrata con annesso imbrago e casco. Superate con facilità, riprende il sentiero attrezzato che permette ancora l'uso del kit ma che non è più strettamente necessario. Poco dopo si giunge alla croce dello Zucco di Sileggio (1373 mt). Dubbioso se scendere a sinistra e giungere direttamente a Somana , decido invece di proseguire verso la "Bocchetta di Verdascia", passando per un bivacco carino ma privo di letti. Giunto alla bocchetta, continuo verso destra verso Era Alta - Pra Vescovin. Da qui proseguo verso il sentiero n° 17 con indicazione "Somana - Mandello", che passa attraverso una sorgente d'acqua e che poco dopo si congiunge al sentiero n° 15 che porta esattamente alla chiesa di Santa Maria Sopra Olcio. Qui incontro un signore con un cane che mi accompagnerà fino alla macchina e con il quale parlerò tutto il tempo. Nonostante fosse di riposo dopo aver donato il sangue, ha scelto comunque di fare una "tranquilla" camminata sopra Mandello. NOTA: La via ferrata è costituita solamente da queste due scale. Il resto è un sentiero attrezzato facilmente percorribile senza attrezzature specifiche. NOTA: Volendo si può percorrere il sentiero che sale a sinistra della chiesa di Santa Maria e "ampliare" la via ferrata, passando per il sentiero n° 15 invece del n° 17b.
Sentiero del Fiume │ Alpe D'Era
2026-04-04
Dubbioso sul giro da scegliere come conseguenza alla richiesta di mia madre di venire con me dopo anni di astinenza dalla montagna, l'opzione ricade inizialmente sul sentiero del fiume Meria fino alla pozza più grande e rotonda del tragitto. Partiti da Somana, attraversiamo poche e piccole case fino a congiungerci al "Sentiero del Viandante" per poi distaccarci da questo e seguire il n° 15b. Ben presto il sentiero si unisce al fiume e spesso bisogna attraversarlo da una sponda all'altro o percorrerlo per brevi tratti. Con mia sorpresa il sentiero diventa attrezzato, con diverse catene laddove si rischia di scivolare nel torrente o l'inclinazione è tale da necessitare di avvelarsi di queste. Non è necessario però un kit da ferrata. Arrivati freschi alla meta iniziale, decidiamo di continuare fino all'Alpe D'Erna. Percorrendo ulteriormente il fiume, l'ultimo tratto si distacca da questo e diventa più pendente e il più faticoso del percorso. Arrivati all'Alpe, la particolarità della chiesetta mi stupisce. Qui ci fermiamo a mangiare qualcosa e, poco dopo, ripercorriamo per pochissimo il sentiero dell'andata e, alla prima palina, deviamo per il sentiero n° 15 con indicazione per "Somana - Mandello". Salendo e scendendo un paio di volte, percorriamo all'indietro la via crucis che porta al santuario di Santa Maria sopra Olcio. A pochi metri dal parcheggio, vediamo una casetta carina e da cui usciva un delizioso profumo. Non avendo ancora pranzato cogliamo l'occasione di sederci e riposarci. In questo agriturismo veniamo accolti con calorosità e, con nostra sorpresa, veniamo riempiti di cibo, tra risotto al radicchio e castelmagno, pasta fresca con ragù di camoscio e sciatt al grano saraceno. Pieni fino a scoppiare, torniamo sazi all'auto, pronti a festeggiare pasqua.
Bivacco del Gufo - Pizzo Pernice │ Alpe Curgei
2026-03-21
Ignaro fino all'ultimo sia della meta che dei compagni che mi avrebbero accompagnato, l'unica idea ben chiara era cosa si voleva fare: dormire in un bivacco tra la neve per celebrare la fine dell'inverno. Poche ore dopo il bollettino delle valanghe, la nostra meta viene fissata: il Bivacco del Gufo all'Alpe Curgei (1338 mt). Data la bassa quota del bivacco nessuno si sarebbe aspettato chissà quanta neve ma, esattamente dove abbiamo lasciato l'auto (a circa 1000 mt), la neve era già depositata a terra. Qui conosco per la prima volta quelli che sarebbero stati i miei compagni: Vise e la Vitto (miei compagni di arrampicata ormai da un paio d'anni) e i loro amici Andrea, Luca, Elena, Tatiana e Fede. Il primo tratto è stato caratterizzato da diversi alberi caduti che hanno reso il percorso un po' insidioso e scomodo ma che ben presto ritornava pulito e libero ma nettamente più innevato del previsto. L'andata la passiamo a conoscerci un po' meglio e nel giro di un'ora e mezza arriviamo al bivacco. Depositati gli zaini e appropriatoci del piano superiore del bivacco per garantirci dei posti letto, notiamo che per terra qualcuno aveva già aperto un materassimo matrimoniale con sopra un sacco a pelo e dei cuscini. Capiamo già che non saremmo stati soli. Mangiato al volo qualcosa, decidiamo di raggiugere il Pizzo Pernice (1507 mt) a circa 20 min dal bivacco, ripercorrendo la strada dell'andata. Alla palina che segna il bivio dal sentiero dell'anadarta con quello verso il Pizzo, incontriamo altre due persone che successivamente scopriremo chiamarsi Davide e Michele (Maykl). Anche loro stavano andando al bivacco per passarci la notte. Ormai sapevamo che saremmo stati stretti. Raggiunto la nostra meta ma non ancora soddisfatti, percorriamo la cresta in direzione sud. Qui io, Vise e la Vitto riposiamo mentre gli altri continuano ancora un poco per poi finire a giocare a palle di neve. Tornati al bivacco, Davide e Maykl, stavano già tagliando la legna per alimentare la stufa e procurandosi ceppi di legno per il barbeque. Con nostra sorpresa inizia a nevicare copiosamente e, con ancora più sorpresa, scopriremo che non avrebbe smesso fino al mattino seguente. Dopo aver preparato i "letti", aver acceso la stufa, posto le cose ad asciugare, aver raccontato le nostre reciproche storie, ci intratteniamo fino a cena con attività ricreative. Dopo qualche partita a black jack, e troppe a Crack List, verso le 8:30 di sera ceniamo. Non ancora contenti, Davide e Maykl, ci insegnano un gioco chiamato "Salta cavallo". Purtroppo richiedeva un livello di concentrazione troppo elevato per le nostre capacità cognitive in quel momento. Dopo aver resistito qualche partita sforzandomi di impegnarmi il più possibile, verso mezzannote e mezza la maggior parte di noi si è recata a letto mentre qualcuno rimane sveglio a giocare ancora un pò. Ormai avevamo intuito che il materassino posto a terra non era di nessuno e nessuno sarebbe venuto a reclamarlo. Dato che io e la Tati non lo avevamo, ce ne siamo appropriati. Consci che ci sarebbero stati numerosi via e vai per il bagno durante la notte, quando alle 02:30 circa quasi tutti noi ci siamo svegliati per un forte clamore, nessuno ad ecezione di pochi, si è preoccupato di cosa fosse. Al mattino seguente scopriamo che due ragazzi (per fortuna non proprietari del materassino) erano arrivati durante la notte al bivacco ma, trovandolo pieno, si sono dovuti addormentare sul tavolo al piano di sotto e sulla panca. Le prime persone a svegliarsi il mattino seguente, sono rimaste di stucco nel vedere la quantità di neve che era calata. Il paesaggio era stato imbiancato da cima a fondo e ogni ramo d'albero era ricoperto di neve. In quelle 14 ore erano caduti 30-40 cm di neve. Il panorama era spettacolare. Sistemato il bivacco e raccolto le nostre cose, noi 8 più Davide e Maykl, ci dirigiamo verso l'auto. Tutto il tragitto del ritorno è stato caratterizzato da una costante ma infinita lotta a palle di neve, con il principale obiettivo di far cadere in testa agli altri la neve depositata sui rami degli alberi, che avrebbe garantito un colpo sicuro. Giunti alle auto eravamo preoccupati di ritrovarle immerse nella neve e incapaci di scendere ma, per nostra fortuna, al di sotto di dove avevamo parcheggiato non aveva nevicato. Nonostante questo però, l'auto dei due ragazzi non si accendeva più ed è stato necessario l'intervento di Luca per farla ripartire. Quello che doveva essere una bivaccata in cui tutti credevamo di non trovare neve, si è rivelata essere una delle più che probabilmente sperimenteremo.
Monte Muggio Innevato
2026-02-25
Dopo tanto tempo, ritorno a fare un giro assieme ai miei cari (pro)zii Patta e Nucci. Questa volta in nostra compagnia c’è anche Zoe. Essendo la sua terza volta in montagna in tutta la sua vita, scegliamo un tragitto tanto semplice quanto bello. Lasciata l’auto all’Alpe Giumello (gratis nei giorni non festivi e prefestivi), speravamo di trovarci ben oltre la nebbia che giaceva sopra tutta Lecco, ma così non è stato. Motivo per cui, tutto il tratto iniziale fino alla palina indicante il sentiero dei mirtilli, l’abbiamo percorso non vedendo a più di un passo da noi. Per fortuna le tracce lasciate dagli escursionisti dei giorni passati e grazie alla guida fornita dai miei zii, riusciamo ad orientarci e uscire dalle nuvole. Purtroppo l’età si fa sentire costringendo me e Zoe a separarci dai miei zii. Noi continuiamo a proseguire verso la vetta, loro preferiscono percorrere un sentiero più in piano e tranquillo. Una volta sbucati fuori dalle nuvole, il panorama che si svela a noi è stupendo. Si può vedere il Legnone, il Monte Redondo, le Cime del Sasso Alto, il Cimone di Margno (fatto la volta precedente) e, ancora più a destra, il Grignone, che spunta fuori come una pinna di uno squalo in un mare di nuvole. La salita leggermente ghiacciata ci obbliga a indossare i ramponcini e, con passo lento ma deciso, dopo fatiche immane (a detta di Zoe), raggiungiamo l’enorme croce. Qui riposiamo godendoci il sole e il panorama a 360° di tutte le catene montuose che l’occhio umano può raggiungere. Poco dopo scendiamo a passo spedito per ricongiungerci assieme a Patta e Nucci che, nel frattempo, avevano già prenotato al rifugio Capanna Vittoria, per offrirci un buonissimo pranzo a base di pizzoccheri, coniglio e polenta.
Cimone di Margno
2026-02-01
Arrivato al parcheggio presso l'Alpe di Paglio, pago la quota giornaliera di 4 euro al parchimetro e, subito dopo, intraprendo il tragitto verso il Cimone del Laghetto prendendo il sentiero a sinistra del parcheggio. Affiancando la pista sciistica periodicamente attraversata da sciatori, mi rendo conto che, non potendo usufruire del sentiero ghiacciato creato dal passare degli sci per non disturbare gli sciatori, l'uso delle ciaspole sarebbe stato un gran vantaggio soprattutto per le energie sprecate ad ogni piede che affondava nella neve. A quanto pare l'escursione dell'anno scorso al Monte Sodadura non mi è stata di lezione. Poco prima del primo cimone, inserisco gli scarponi nei ramponi e sfrutto al meglio la neve pressata, quasi ghiacciata, dagli scii, scaricando peso dallo zaino e aumentando la presa sul terreno. Accostando sempre la pista si arriva ad un piccolo rifugietto accanto ad uno skilift abbandonato. Sotto suggerimento di mio zio e onde evitare costituire un ostacolo agli sciatori, prendo il sentiero (per fortuna battuto da altri sci) a sinistra del rifugio, che conduce ad un bosco di larici preceduto da un'insegna di legno con l'incisione "Cimone di Margno". Percorrendo questo bellissimo tratto, in poco tempo si giunge al Cimone. Dopo una veloce chiamata con mio zio, mi suggerisce di continuare dritto fino a raggiungere il Larice Bruciato (una piccola cappelletta votiva) per poi tornare indietro passando per il Pian delle Betulle. Raggiungendo la cappelletta da destra della piccola duna chi si raggiunge, evitandone così la salita, mi pento e per il ritorno la risalgo, creando un percorso ad x. A questo punto il sentiero passa sotto il cimone e diventa molto largo e trafficato e rimane pressoché identico fino al parcheggio ad eccezione di un piccolo tratto poco prima del Pian delle Betulle. Questo piano è un'altra meta molto frequentata da genitori e dai loro bambini che si divertono a costruire pupazzi di neve e a "sciare" con i bob. Attraversando l'ultimo tratto di sentiero che attraversa diverse strutture tra cui un parco avventura e numerose statue in legno raffiguranti animali, si giunge nuovamente al parcheggio e subito mi rendo conto di come essere arrivato presto sia stata una cosa molto positiva poiché, data l'incapacità del parcheggio di ospitare tutti i veicoli, altrettanti si erano accostati alla già stretta strada, rendendo il passaggio di due auto in contemporanea impossibile. Per mia fortuna non ho incontrato nessuno mentre scendevo, altrimenti sarebbe stato un bel casino.
San Martino
2026-01-10
Partendo in solitaria dallo stesso punto per la Ferrata al Corno Medale, si procede per lo stesso sentiero, seguendo le paline giallo/marroni che indicato proprio "San Martino" e "Ferrata Medale". L'ultima di queste paline mostrerà due direzioni: dritto per il San Martino e destra per la ferrata. Noi procediamo dritti seguendo il sentiero segnato da tre cerchi posizionati triangolarmente. Il sentiero mantiene la stessa pendenza per tutto il tragitto. Gli unici due bivi che si presentano sono poco dopo la partenza, che propone la "variante della vergella", un sentiero attrezzato per raggiungere la Cappelletta visibile già da Lecco; e a circa metà, permettendo di raggiungere il Corno Medale, i Pian dei Resinelli o Laorca. Ignorando entrambe le biforcazioni, dopo 40 minuti, raggiungo la Cappelletta. Qui incontro un gruppo di ragazzi composti da 1 ragazzo italiano, 2 ragazze colombiane e altre 2 messicane. Percepisco a sensazione che la loro meta l'avevano raggiunta e per tale motivo li invito a proseguire con me per il Sentiero attrezzato Silvia, consapevole che è il punto più interessante, adrenalinico e panoramico di tutto il giro. Con mia sorpresa li guido fino in cima assicurandomi che non avessero problemi e che non incontrassero difficoltà. Procedendo lentamente ma non più solo, raggiungiamo la croce poco prima di mezzogiorno. Soffermatoci a scambiare due parole in tre lingue differenti, mangiamo qualcosa per poi scendere dalla parte opposta, evitando il sentiero appena fatto e prendendone uno più tranquillo anche se leggermente più lungo. In poco tempo raggiungiamo nuovamente la Cappelletta e dopo una breve pausa ripercorriamo il sentiero dell'andata. Verso la fine mi dicono che sono saliti da una parte differente dalla mia e, incuriosito dalla nuova strada e non avendo limitazioni dovute al parcheggio poiché accompagnatomi da mio zio, li accompagno fino all'auto, un po' più sotto del punto di partenza, verso Rancio Inferiore, concludendo la nostra camminata con nuove amicizie.
Tre Faggi │ Fuipiano
2025-12-23
Senza troppo preavviso, per il 24esimo compleanno di mio cugino, decide di portarmi a fare un piccolo giretto in un luogo a lui affezionato: i Tre Faggi. Essendo partiti con molto ritardo perché entrambi abbiamo fatto le ore piccole per motivi diversi e nonostante quasi 2 ore e 30 di viaggio, giungiamo al parcheggio di Fuipiano alle 13:20, dopo aver rischiato di venire schiacciati da un camion in bilico che è andato a scontrarsi contro il versante della montagna. Iniziamo la passeggiata tra momenti di pausa passati a realizzare brevi video di noi stessi mentre camminiamo e di foto del paesaggio circostante. In breve tempo giungiamo ai Tre Faggi (ormai due a causa del crollo di quello centrale) e ad una strana struttura religiosa abbastanza inquietante che richiama lo Stonehenge (difatti si chiama La Stonehenge Bergamasca). Qui ci prepariamo il pranzo, a base di una buonissima zuppa al curry e un'altra con lenticchie, con fornelletto a gas e un pentolino fornito di posate e ciotole in regalo per Dave. Dopo le ultime foto, in ancora meno tempo, giungiamo nuovamente al parcheggio, pronti per festeggiare a Villasanta.
Monte Barro Innevato
2025-11-22
Dopo essermi reso conto che il ginocchio ancora non resiste a escursioni a cui ero abituato, l'improvvisa neve sul Monte Barro mi incita, senza possibilità di rifiutare, ad una veloce camminata pomeridiana. Nella mia breve vita non avevo mai visto il Barro innevato, e la mia curiosità ha avuto la meglio. Dopo aver parcheggiato all'Eremo (che avrei preferito non raggiungere dato la strada innevata talmente stretta che consente il passaggio solo ad un'autovettura alla volta e che, per tale motivo, mi ha costretto più volte a retrocedere in discesa in retromarcia per far passare le auto che stavano tornando), pieno zeppo di auto, inizio la mia "corsa" verso la cima. Prendendo il sentiero più panoramico a sinistra, scelgo di non andare direttamente in vetta ma, arrivare alla bocchetta prendendo un sentiero che si sviluppa a destra all'altezza della prima palina, dopo un evidente casolare. Alla bocchetta decido di fare le 3 gobbe andando e tornando per poi salire in vetta. In poco tempo giungo in cima, colma di gente e che "festeggiava" bevendo del vino. Poco dopo tiro fuori le bacchette per procedere velocemente e in sicurezza nella discesa diretta posta dietro la croce e in meno di 20 minuti sono di nuovo al parcheggio, pronto per tornare a casa.
Cresta Segantini
2025-08-16
Percorrendo lo stesso sentiero della Direttissima, giunti al Colle Valsecchi, si trova una palina inchiodata nella roccia che indica l'attacco per la Cresta Segantini. -Si percorre inizialmente uno stretto camino fino ad un fittone resinato dove poter eseguire una sosta per scavalcare la parete e intraprendere un breve cammino in cresta con brevi tratti di disarrampicata. -Si scavalca, aggirandolo, un torrione, e qui ci si cala fino a giungere al lato opposto. Raggiungendo, poco più avanti, una sosta, giungiamo al primo degli innumerevoli momenti decisamente troppo prolunganti spesi a capire dove proseguire. -Come da una freccia da me disegnata, si prosegue normalmente verso destra fino a salire una paretina. Subito dopo è presente, a mio avviso, uno dei tratti più esposti, che consiste in un traverso posto dietro il torrione fino a quando è necessario disarrampicare (o meglio calarsi) fino a giungere alla sosta di sotto. -Si prosegue andando dall'altra parte, per poi superare una Madonnina lasciandola a sinistra e arrampicandosi sul torrione. Subito dietro ci sono ben 4 split e poco più sotto una piccola catena di ferro dove sostare e far attraversare al proprio compagno un piccolo salto per proseguire. -Giunti dall'altra parte, si prosegue verso destra per poi arrampicarsi e giungere ad una splendida formazione forata come mostrato nella foto. Questa la si può aggirare sia da destra che da sinistra e la si discende di poco per poi camminare un breve tratto fino a giungere a una canalino "indicato" da una freccia rossa. -Giunti ad uno spit circondato da rossi segni sbiaditi e confusionari NON bisogna continuare a proseguire verticalmente come abbiamo fatto noi ma, invece, si continua a camminare verso sinistra fino a una vite con un anello rosso. Se si vuole lo si usa per assicurarsi e calarsi continuando ad andare verso sinistra fino a intravedere un altro anello più piccolo verso il basso, nel canale. Dopo aver sprecato probabilmente un'ora tra il torrione sbagliato e capire se usare l'anello rosso per salire o scendere (e se scendere, verso dove?), ci facciamo raggiungere da una coppia che ci precedeva. Da qui in poi decidiamo di proseguire con loro per evitare ulteriori perdite di tempo. -Si giunge dall'altra parte percorrendo un difficile traverso che, non a caso, ha ben 3 spit relativamente vicini. -Proseguendo si percorre una facile salita fino a congiungersi nuovamente al tratto finale della cresta che da appuntita diventa perfettamente orizzontale con piccolo spiazzi quasi quadrati. Dopo una serie di sali e scendi si giunge all'ultimo e non così facile torrione raggiungibile dopo una calata/disarrampicata. Giunti in cima si cammina un poco fino a giungere alle famose catene di ferro che precedono la cima del Grignetta, collegandosi con l'ultimo tratto della Cermenati. Sostato brevemente a causa di un temporale che sembrava avvicinarsi sempre di più da nord, discendiamo per la Cermenati, causandomi nuovamente dolori alla bandelletta dopo mesi che non si faceva sentire. NOTA: Noi abbiamo preferito percorrerla in conserva protetta con una corda singola da 20 mt. Nonostante sia bastata, per motivi di sicurezza nelle calate, ne consiglierei una più lunga o una doppia. NOTA: Per quanto molte relazioni dicano che la cresta è segnata da innumerevoli segni e frecce rosse, ormai sono quasi scomparse e non indicano nel dettaglio la direzione da intraprendere.
Necropolis │ Rocca di Baiedo
2025-07-31
Con l'iniziale intenzione di arrampicare alla Scala dei Sogni a Ballabio, Laura mi propone, quasi all'ultimo, di provare qualche via multipitch alla Rocca di Baiedo. Nonostante la mia iniziale avversione data l'esposizione verso Sud, mi faccio convincere anche sotto suggerimento di Patta. Lasciata l'automobile al parcheggio Cademorti, ci si dirige verso Baiedo, entrando in un sentiero superando tre dissuasori di sosta dove, pochi metri più avanti, compare una palina con la sola indicazione "Settore Baiedo". Percorrendolo si affiancano tutte le vie, contrassegnate dalle relative scritte, ormai sbiadite, in vernice sulla parete. Optiamo, inizialmente, per la Via del Tuono ma, data la necessità di calarsi in corda doppia, ci spostiamo più a destra verso la via Necropolis. Giunti alla base mi accorgo di aver lasciato le scarpette in auto. Corro a riprenderle perché il sole si fa già sentire. Essendo la mia prima volta in una via a più soste, Laura parte per prima, alternandoci a vicenda. La via presenta relativamente pochi split con rinviate lunghe, consentendo l'utilizzo di pochi rinvii (noi ne avevamo 16 ma non ne utilizzavamo neanche la metà). I tiri sono così suddivisi: - L1: si sale il primo muretto e si prosegue sulla bella placca lavorata (5b, 25m) fino alla nuova sosta. Il passo chiave, e più difficile di tutta la via, è circa alla sua metà. Poi si prosegue tenendosi a sinistra fino ad arrivare, con passo finale un po’ "di forza", alla sosta. - L2: si sale su una piccola placca un po’ nella vegetazione e imboccando un piccolo sentiero si continua su una bella parete con larghi fori fino alla sosta (4a, 25 mt). - L3-4: qui decidiamo di unire i due tiri da 15 mt in uno da 30 mt. Si scavalca il cavo della rete paramassi e si prosegue su una serie di grandi pareti totalmente di placca fino alla prima sosta e successivamente alla seconda (3c-4a). - L5-6: altra placca divertente fino ad un ultimo split posizionato proprio nel mezzo che mi ha causato un po di problemi di orientamento. Non sapendo se proseguire verso destra o sinistra, alla fine bisogna scavalcare una sorta di muretto molto bello dove, poco dopo, è presente l'altra sosta. Anche qui decidiamo di proseguire senza effettuarla ma, a causa della resistenza dovuta all'attrito della corda che si viene a creare successivamente, consiglio di farla. Si fa un breve tiro su una sorta di masso fino a camminare ancora per pochi metri fino a sostare presso una coppia di alberi di fronte all'ultimo tiro (4c, 2c). - L7: si sale la bella placca spittata, prima dritto poi piegando a sinistra , fino alla comoda piazzuola con alberi (5b, 30m). Giunti alla fine, pochi metri più sopra, ci si congiunge ad un sentiero che, percorrendolo verso sinistra, discende la montagna facendoci attraversare tutta Baiedo, fino a ricongiungerci al parcheggio, come mostrato nella traccia gpx.
Cresta Marbrées
2025-06-29
Dopo aver perso praticamente tutte le uscite con il CAI a causa di un'infiammazione alla bandelletta ileotibiale al ginocchio sinistro, provo dopo un periodo di massimo riposo a godermi l'ultima uscita sul monte bianco. Seppur con molta paura sia per il possibile dolore al ginocchio sia di rischiare di soffrire di mal di montagna non sapendo se no soffrivo o meno, sabato giungiamo in pochi minuti, attraverso la funivia, ai 3375 mt del rifugio Torino. Passiamo la mattinata e il primo pomeriggio a simulare cadute in crepacci per realizzare manovre di soccorso in completa sicurezza. Avvolti da uno splendido panorama completamente privo di nubi in uno splendente sole estivo, ci godiamo il resto della giornata in attesa della cena. Alle 19 un uomo inizia a suonare un campanaccio come quello che si mette alle mucche per avvisare che la cena era pronta. Nel giro di mezz'ora abbiamo già finito e verso le 21:30 il sonno mi prende alla sprovvista. Nonostante fosse la mia prima volta a dormire in così alta quota, sono riuscito a dormire molto bene fino all'ora della sveglia: le 3:30. Appena aperti gli occhi mi sopraggiunge un mal di testa abbastanza forte ma un Moment ha risolto la situazione. Alle 4 facciamo un'abbondante colazione e, praticamente senza aver ancora deglutito, iniziamo a prepararci per l'ascensione. Alle 5 in punto iniziamo la progressione sul ghiacciaio e il sole che ancora non era spuntato, offriva abbastanza luce da non usare i frontalini. Il ghiaccio, irrigidito dal freddo della notte, permette un progressione semplice e veloce. Dopo aver aggirato la cresta Marbrées, ponendoci alle spalle del dente del gigante, ci togliamo i ramponi e iniziamo ad arrampicarci sulla cresta attraverso una conserva media protetta tra infiniti spuntini e lastre di pietra. Fino a che il sole era ancora nascosto la temperatura era perfetta ma, gia poco prima delle cima, i quasi 3500 mt di quota non bastano a tenerci al fresco. Saliti sulla Punta Nord (3535 mt), la discendiamo e ci dirigiamo verso la Punta Sud. Poco prima di questa si trovano due soste dove abbiamo eseguito una calata in corsa doppia che in pochi minuti ci ha riportato sul ghiacciaio. Lo ripercorriamo e poco dopo ci ritroviamo nuovamente al rifugio Torino (3375 mt).
Cresta Ongania
2025-05-17
La disperazione provata sul Resegone non è bastata a fermarmi ne tanto la possibilità di non essere preso al CAI. Infatti, con nostra gran sorpresa, sia io che Laura siamo stati accettati e, un mesetto dopo, ecco che inizia la nostra formazione da alpinisti. La prima uscita con il corso alpinistico del CAI di Monza è stata così composta: 1° giorno: arrivati alle 8:30 al piazzale del parcheggio dei piani di Bobbio, un fuoristrada ha caricato gli zaini e le corde di tutti (tranne per non so quale motivo il mio zaino) per non farLi faticare fino al rifugio. Raggiungendolo in circa 1 ora e mezza, ingurgito un panino e ci avviciniamo a una falesia a neanche 5 minuti dal rifugio. Passiamo la mattina e il pomeriggio tra spiegazioni tecniche su nodi, soste, sicure e calate in doppia, tra il freddo e il gelo. Nonostante la relativa bassa quota e il periodo quasi estivo, l'aria era fredda e il (poco) sole non scaldava abbastanza. L'aver già arrampicato ha consentito a me e a Laura di finire i due tiri e la calata prima della pioggia che non ha serbato pietà per gli altri compagni. Giunti nuovamente al rifugio, il punch al mandarino mi ha ubriacato in pochi minuti e tra il clamore e il calore del camino, l'ora di cena è arrivata velocemente. La fame era tanta ma ancora di più il cibo offerto: risotto mantecato con formaggio e bresaola, polenta e stinco, salsiccia, formaggi, formaggio alla griglia, frittata agli spinaci, patatine fritte e, per finire, delle fette di torte. Sazi da scoppiare, entro le 23:00 ci ritroviamo tutti già sotto le coperte nelle rispettive camere. 2° giorno: Svegliatomi mezz'ora prima del previsto, faccio colazione con le persone già alzate a base di torte, caffè, latte, pane, burro e marmellate a volontà. Poco dopo ci troviamo già tutti con lo zaino in spalla e, in modo scaglionato, le varie cordate sono partite all'attracco. Purtroppo io e Laura non siamo nella stessa cordata ma mi ritrovo assieme a un'amica d'infanzia di mia sorella maggiore, Annalisa. Percorriamo la cresta Ongania, facendo molti tiri dato l'uso di una corda di 55 metri doppiata. Nonostante sia la prima lezione, la cresta presta passaggi di IV grado, tanto che Annalisa ha avuto problemi nell'ultimo diedro. Alternando tiri con conserva protetta, giungiamo in circa 3 ore alla cima dello Zucco Pesciola. Da qui dobbiamo scendere per il canale della Madonnina (chiamato così perché in cima, al posto di una croce, è posizionata una madonnina). Contrariamente alle previsioni delle guide del CAI, il canale si presenta molto più innevato. Decidono così di farci scendere attraverso una calata di doppia di tre tiri. Proseguendo molto a rilento arriviamo alla fine del tratto innevato che lascia posto a della ghiaia che poi si ricongiunge al sentiero per tornare al rifugio. Poco prima delle 14 mi trovo al rifugio e qualche minuto dopo mi raggiunge Laura. Riposato un poco, lasciamo i piani di Bobbio e ci dirigiamo per il sentiero del ritorno. Pier (il presidente del CAI di Monza), con la sua premura, ci intima di fare attenzione poiché comunque siamo sotto la sua responsabilità. Ridicolizzando (da parte mia) questa necessità di cautela per un semplice sentiero che riporta al parcheggio, dovevo dargli ascolto poiché, immerso nei pensieri, ho imboccato un sentiero differente da quello dell'andata. Seppur non molto differente, il mio voler accorciare il più possibile la strada, mi ha portato a percorrere tratti molto ripidi e poco segnati. Nonostante lo sguardo costante e frustrato di Laura che mi pesava sulle spalle, arriviamo comunque al parcheggio.
Resegone │ Gamma 1
2025-04-09
Al mattino seguente di una serata passata a ballare per il concerto di Nayt, con poche ore di sonno e a digiuno dalle 17:00 del giorno prima, decidiamo di percorrere gamma 1 per poi giungere alla vetta del monte Resegone. Partiti dal piazzale della funivia per i piani d'erna, percorriamo un sentiero inizialmente cementato dove, a nostra gran sorpresa, vediamo correre vero di noi, a tutta velocità, un capriolo che si sofferma ad osservarci per qualche secondo, per poi risalire con la stessa agilità con la quale era venuto. Continuando su una breve mulattiera, giungiamo ad una palina con tutte le indicazioni, tra cui, gamma 1. Sbagliando inizialmente sentiero, prendendolo più a sinistra del dovuto, ci ricongiungiamo alla corretta traccia e raggiungiamo poco dopo l'attacco alla ferrata. Molto esposta, nel primo tratto, ma ricca di scale di metallo e appigli naturali, diventa una ferrata praticamente adatta a tutti. Seppur semplice non è per i deboli di cuore data la presenza anche di un ponte di metallo e di un attraversamento da una parete ad un'altra camminando sopra uno dei fili metallici su cui ci si assicura. La ferrata giunge esattamente sotto la croce del pizzo d'erna (1365 mt) dal quale si possono raggiungere i piani d'erna dopo neanche 5 minuti. Pranziamo alla trattoria Milani con le nostre poche scorte di cibo costituite da piadine e affettato. Dopo esserci riforniti di ulteriori bottigliette d'acqua, valutiamo se procedere fino in vetta a causa delle seguenti problematiche: presenza di neve negli ultimi 50-100 metri di dislivello prima della croce, mancanza di cibo e un colloquio improrogabile per entrambi al CAI di Monza. Decidiamo comunque di proseguire con il seguente piano: a prescindere da dove ci troveremo, alle 16:10 inizieremo la discesa per poter prendere la funivia prima che chiuda alle 17:30. Partiti praticamente correndo per il sentiero n° 1 (indicazione Pian Serrada) non passa tanto tempo prima che il sentiero da pianeggiante diventa pendente ed io non riesca più a tenere quel passo veloce. Rivalutiamo di ascendere senza fretta e, al massimo, tornare senza funivia. Accolti da tantissimi caprioli e capre che ci osservano curiosi dall'alto come dei custodi di quelle terre, ecco che vediamo il rifugio Azzoni. Seppur in orario sulla tabella di marcia, decido comunque di eseguire una "deviazione" (che deviazione non è poiché era un giro più lungo) per far felice la mia compagna Laura. Il giorno precedente, studiando il percorso, scopro che c'è un'ulteriore ferrata che sbuca anch'essa esattamente sotto la croce del Resegone ed essendo più naturale e meno contaminata dall'uomo, ho immediatamente capito che le sarebbe piaciuta tantissimo. Il nome della ferrata è Silvanio de Franco e più che una ferrata è un sentiero attrezzato ma molto esposto con tratti difficili e in qui è necessaria tecnica e anche forza bruta (personalmente in certi punti mi son dovuto tirare su con la sola forza delle braccia). Seppur il kit da ferrata era sufficiente, la presenza di catene invece del cavo di metallo rende lo scorrimento dei moschettoni difficoltoso. In alternativa si potrebbe percorrerla assicurandosi con una corda per essere più comodi. Giunti in cima, privo di energie e con una fame assassina, comprendiamo che la funivia non è più un'opzione. Il versante est del Resegone è completamente ricoperto di neve, ricordo di un inverno appena passato, e, non a caso, il freddo accentuato dal vento si fa sentire. Iniziamo, senza nemmeno una breve sosta, a scendere per il canale di Val Negra (esausti, questo canalone ghiaioso, lungo e pendente è stato infinito e debilitante). Finito il canale la pendenza si spiana e percorriamo il sentiero verso il Passo del Fò. Lasciandoci alla nostra sinistra la Capanna Monzesi, poco dopo necessito di una pausa. Riposato poco più di 5 minuti, proseguiamo fino alla Capanna Sociale Ghislandi dove, una palina, ci indica che in un ora e mezza giungeremo al piazzale della funivia. Decidiamo di correre per abbreviare i tempi poiché di questo passo saremmo giunti al parcheggio alle 20:10 e, tenendo conto che sicuramente avremmo dovuto mangiare qualcosa e comunque essere in orario per essere al CAI alle 21:15, dovevamo decisamente sbrigarci. La corsa non dura molto ma il passo procede svelto anche se le paline che compaiono lungo il sentiero mostrano ogni volta solo 10 minuti in meno rispetto al cartello precedente quando, a noi, sembrano esserne passati molti di più. Per smorzare il senso di fame e il vuoto allo stomaco che mi impedisce di ragionare lucidamente, mastico dei fili d'erba che, incredibilmente, mi danno l'illusione di star meglio. Il sentiero diventa una bellissima mulattiera che, circondata da verdi giardini, con il sole che stava calando e il cinguettio degli uccellini, rendono il tutto più sopportabile, quasi piacevole. Ad un tratto vediamo diverse persone allenarsi correndo su e giù per la mulattiera e ci rendiamo conto di essere più vicina alla civiltà di quanto pensassimo a tal punto che, improvvisamente, vediamo il cartello di inizio ferrata Gamma 1 e ci rendiamo conto di essere praticamente arrivati, con ben 40 minuti di anticipo. Giunti al piazzale, partiamo subito senza nemmeno levarci gli scarponi e, senza nemmeno rendermene conto, in 30 secondi mi ritrovo a dormire. Una ventina di minuti più tardi mi sveglio e decidiamo di fare un pit-stop ad un benzinaio ma, a quell'ora, erano tutti chiusi. Decidiamo di proseguire imperterriti verso il Burger King di Seregno. Sorprendentemente il tempo passa velocemente e sudati, esausti, disidratati e mal nutriti, quel posto ci sembra il paradiso. Non credo di aver mai speso così tanto in un fast food ed ogni morso era una gioia per il mio palato e il mio essere. Non credo di essere mai stato così felice in vita mia. Finiamo di mangiare alle 20:48 e alle 21:09 parcheggiamo davanti alla sede del CAI di Monza, giusto in tempo per i nostri due appuntamenti.
Cresta OSA
2025-03-26
Parcheggiato nello stesso punto della settimana scorsa per arrivare sul Corno Orientale, oggi abbiamo come obbiettivo percorrere la Cresta O.S.A. Essendo la nostra prima esperienza alpinistica ci siamo attrezzati del necessario e preparati fisicamente e mentalmente. Percorrendo solo inizialmente la stessa strada per la Ferrata 30°, ci stacchiamo quasi subito da essa e imbocchiamo un sentiero al cui inizio si trova una fontanella d'acqua. Quello che percorriamo è il sentiero n° 6 e, per i successivi 2.5Km circa, è completamente cinto di sassi ed è praticamente privo di tratti in piano. Nell'ascesa non si possono non notare gli innumerevoli casotti numerati che caratterizzano la zona di San. Tommaso. Successivamente ci saranno, a distanza di pochi metri di dislivello, due paline che, puntando verso sinistra, indicano, rispettivamente, "Torre Marina" e "Cresta 50°". Proseguendo a destra di entrambe le paline (non come noi che abbiamo seguito l'indicazione della cresta 50°), si arriverà ad una bocchetta nella quale ci sarà la palina di nostro interesse che cita "Cresta OSA" (vi è pure incisa su una roccia poco distante la scritta OSA <-). All'attacco decidiamo di mangiarci un panino nell'attesa che due alpinisti (future guide) si allontanino sufficientemente da permettereci l'ascesa senza darci fastidio l'un l'altro. Al contrario di loro, che hanno proseguito eseguendo tiri e facendo si che uno facesse sicura all'altro, noi decidiamo di eseguire la conserva protetta in simultanea. Periodicamente, al finire dei cordini, ci scambiavamo i ruoli e chi era primo diventava secondo, e il secondo primo. Assicurandoci a dovere con rinvii, nodi barcaioli e mezzi barcaioli, arriviamo alla croce del Moregallo. La sosta è breve poichè i tuoni che provengono dal Resegone non promettono bene. Nonostante in lontananza la pioggia si riversava nelle zone di Maggianico e d'intorni, sul Moregallo non è scesa una singola goccia d'acqua. Ripercorrendo il sentiero dell'andata e arrivando praticamente a Valmadrera alla stessa fontanella sopra citata, rincontriamo i due ragazzi che ci avevano preceduto e, assieme a loro, altri due signori anziani. Uno di loro era il famoso (a nostra insaputa) Giorgio Tessari (che successivamente ho scoperto essere un caro amico di Patta).
Corno Orientale │ Ferrata 30°
2025-03-19
In preparazione per la Cresta Osa, decidiamo di percorrere la Ferrata 30° alla sua sinistra. Partendo da Valmadrera, percorriamo il sentiero "Medioevale" (marcato in verde) fino a raggiungere delle paline con indicazione "Ferrata 30° - 00:10". Giunti, dopo una ripida salita, ai piedi della ferrata, ci prepariamo a dovere (a differenza di un anziano signore che ha progredito senza casco e senza utilizzare il kit per ferrata) e iniziamo la molto e bella ma esposta ferrata. Ricca di appigli naturali e soprattutto artificiali, questo itinerario adrenalinico diventa quasi alla portata di tutti. Sono necessari testa e coraggio, ma la mancata esperienza può essere colmata dai numerosi pedalini e maniglioni. Superate le due ferrate divise da un brevissimo tratto di sentiero, incominciamo a percorrere un sentiero inclinato che diventa man mano una piccola cresta. Percorrendola tutta, con a metà pure un piccolo sentiero attrezzato che non richiede più l'utilizzo di dispositivi di protezione, giungiamo alla base del Corno Orientale. Anche quest'ultimo tratto è un sentiero attrezzato, ma essendo molto esposto consiglio l'adempimento del kit di ferrata per una questione di sicurezza più che di difficoltà. Arrivati alla croce godiamo di uno splendido panorama: il Corno Centrale, con al di sotto il rifugio S.E.V, davanti a noi; il Moregallo, la Grignetta, il Grignone e il Resegone alla nostra destra; il Corno Birone e il Monte Prasanto alla nostra sinistra e, infine, il Barro e Valmadrera alle nostre spalle. Dopo aver preso il sole (e probabilmente anche un insolazione) e aver pranzato, iniziamo la discesa fino all'Acqua del Fò. Qui, un po indecisi se scendere direttamente a Valmadrera o meno, decidiamo di allungare il percorso per guardare (sempre sotto consiglio del Patta) il Sasso Malascarpa. Percorrendo una nuova salita per la Riserva Naturale ricca di fossili e cartelli che documentano la storia di quel posto durante il Giurassico, giungiamo ad un'altra piccola cresta che guarda verso l'enorme antenna radio, preceduta dal famoso Sasso Malascarpa, una formazione rocciosa particolare, da cui prende il nome la riserva (se non si dovesse capire dai mille cartelli che lo evidenziano per tutto il percorso). Proseguendo sotto di esso e dopo aver perso le tracce del sentiero senza capire come, ci ricongiungiamo ad esso e proseguiamo con tranquillità verso San Tommaso. Superata questa splendida località, giungiamo nuovamente al parcheggio dove avevamo lasciato l'auto, concludendo il (a nostra impressione) lunghissimo giro.
Bivacco Zeb
2025-03-05
Dopo aver trascorso in auto una strada molto dissestata, ci troviamo in un piccolissimo piazzale con un indicazione di legno massiccio che ci indica la nostra meta: il bivacco zeb, a quota 2011 mt. Il sentiero si distende in modo abbastanza continuo per i successivi 5 km, con una salita regolare a mala pena percettibile, attraverso torrenti, foppe abbandonate e pure un ponticello con la ringhiera penzolante. Poco a poco la terra lascia il posto alla neve e, una volta superati i fatidici 5km, inizia la parte difficile dove, in pochi chilometri, bisogna fare ben 600 metri di dislivello ricoperti da 40 cm di neve che andranno ad aumentare salendo. Prossimi all'arrivo al bivacco, che fino ad allora non si era ancora visto, rischiamo di cadere in un buco di 2 metri causato dal passaggio, al di sotto della neve, di un ruscello che ha creato un tunnel lungo quasi tutto l'ultimo tratto. Superato quest'ultimo pericoloso tratto, intravediamo il bivacco solo a pochi metri da esso, quasi completamente ricoperto dalla neve, in uno spettacolare scenario mozzafiato, contornato da meravigliose montagne innevate. Qui mangiamo qualcosa e iniziamo a sistemarci per la notte. Dopo esserci addormentati per tre ore nel pomeriggio, ancora un po' assonnati, iniziamo a preparare la cena a base di riso liofilizzato, concludendo con qualche sorso di Zabov (un liquore a base di zabaione). Preparatici per andare a dormire , ma non prima di aver dato uno sguardo al cielo stellato, ci corichiamo esausti. All'improvviso, nel cuore della notte, sperduti nel nulla, con nostra gran sorpresa, entrano due uomini mauriziani esclamando di esser quasi morti. Passiamo la successiva mezzora ad ascoltare la loro folle vicenda. Quegli uomini, partiti alle 4:30,hanno impiegato ben 7 ore per arrivare al bivacco, e non c'è da stupirsi poichè non avevano ne ramponi ne ramponcini e nemmeno una picozza. A mala pena un bastoncino a testa. Sopravvissuti all'impossibile, la prima cosa che fanno è fumarsi una canna, in celebrazione, penso, di essere scampati alla morte. La mattina seguente, dopo aver sistemato e ripulito il bivacco, e non dopo aversi fumato una canna come colazione, discendiamo assieme nella speranza che i solchi dei nostri ramponcini possano aiutarli. Nella pratica non è così, scivolano innumerevoli volte, come è naturale che sia, ma non si scoraggiano e, dopo averli aspettati per aiutarli nei momenti più difficili, li lasciamo alle spalle, non dopo averci ringraziato calorosamente.
Ferrata Corno Medale
2025-02-20
Oggi eravamo un pò di fretta. Alle 14:30 avevo un appuntamento a Lecco centro per un tatuaggio e ci eravamo messi in testa di fare una ferrata in mattinata (tra l'altro la prima volta per me). Optiamo per la ferrata del medale, di cui, fino a quel momento , avevamo solo sentito parlare. Raggiunto facilmente il putto di attracco e ben assicurati, incominciamo l'ascesa. Tutti i 600 metri di dislivello sono spettacolari, esposti e con traversi anche abbastanza lunghi. Le campane della frazione di Rancio scandiscono il tempo che diventa sempre meno. Arrivati a poche decine di metri di dislivello, ecco che accade la tragedia, la videocamera con la quale registro mi si sfila dal casco e precipita giù. Dubbiosi sul provare a tornare indietro, il tempo stringe e l'appuntamento si avvicina. Quindi decidiamo di procedere... chissà se un fortunato, e altrettanto coraggioso, escursinista la troverà mai. Un po sconfortato, arriviamo in cima e, abbastanza di corsa, scendiamo per un sentiero ripido, zigzagante e scosceso. Arrivati all'auto alle 14.00 in punto, mentre la mia fedele compagna mi guida verso il centro, trangugio un panino al volo, mi cambio e, subito dopo aver parcheggiato, saluto Laura e inizio a correre per il centro di Lecco e arrivo dal tatuatore alle 14:29.
Monte Sodadura
2025-02-13
Lasciato l'auto al parcheggio poco più in basso della funivia di Artavaggio, iniziamo il nostro tragitto inoltrandoci all'interno di un bosco umido e vivo. Accompagnati da un torrente che ci mostra la strada, ad un tratto ci lascia dettando l'inizio della neve che, poco dopo, ci costringe a doverci adoperare dei ramponcini che ci accompagneranno per tutto il resto del viaggio. Il bosco ci sputa sul vasto piano di Artavaggio, caratterizzato dalla presenza dei tapis roulant per gli scisti. Superata una piccola chiesetta, inizia il tratto più difficile, data la presenza di alta neve fresca, che si distende lungo tutta la cresta fino alla cima. La mancanza di ciaspole si fa sentire ma, per fortuna, prima di noi sono passati dei signori che ci hanno spianato la strada, rendendoci il tragitto decisamente meno faticoso. Giunti alla vetta, sopraggiunge una fitta nebbia che permane fino al rifugio Nicola nel quale ci fermiamo, deliziandoci con un bombardino e del vin brulè, prima di riprendere il cammino verso casa.
Grignone
2025-02-03
Dubbiosi sulla strada che il gps ci stava facendo percorrere, giungiamo a una chiesetta affiancata da una moltitudine di automobili (cattivo presagio). Da un furgone marroncino vediamo uscire un numero elevato di vietnamiti. Dopo aver percorso un tragitto abbastanza lungo, sentiamo, man mano che proseguivamo, una suono di musica avvicinarsi. Era uno dei vietnamiti che portava con sè una cassa per la musica. Salutati, decidiamo di allontanarci il più possibile per non venir ulteriormente disturbati da qualcosa che è decisamente innaturale nel silenzio della montagna. Superato il rifugio, decidiamo di proseguire senza ramponi ma, poco prima della località Comolli, siamo costretti a metterceli. Pochi passi dopo vediamo quello stesso vietnamita raggiungerci e, cercando di farsi capire, ci chiede aiuto per allacciare i ramponi a, quella che presumo, sia essere stata sua madre. Riallontanatici immediatamente dopo aver prestato aiuto, capiamo cosa (da inesperti) ci sarebbe stato di davvero aiuto: gli occhiali da sole. Con quella giornata stupenda e quella quantità di neve, i raggi solari riflettevano sul ghiaccio come se fosse uno specchio. Affaticati, con le gambe che sprofondavano nella neve che si stava sciogliendo, mentre ascendavamo su una parete inclinata di 40°, raggiiungiamo finalmente la magnifica cresta, caratterizzata da numerosi cornicioni di neve a forma di onda. Arrivati al rifugio Brioschi, salutiamo tre signori che erano lì con noi. Dopo aver pranzato, noto un paio di bacchette abbandonate al fianco del rifugio. Capendo che erano di quegli stessi signori che si erano incamminati per il ritorno, decidiamo, senza fretta, di raggiungerli per tentare di riconsegnarglieli. Scendendo abbastanza velocemente (con tecniche poco ortodosse che forse è meglio non citare) riusciamo a raggiungerli poco dopo Comolli e venir calorosamente ringraziati. Tolti i ramponi iniziamo quello che per noi è sempre il tratto più estenuante: il ritorno nel sottobosco. Dopo aver percorso quelli che ci erano sembrati decine di chilometri, finalmente rintravediamo quella stessa chiesetta dove avevamo lasciato l'auto.
Monte Due Mani
2025-01-15
Partiti da Moggio, veniamo salutati da tre cani dell'ultima abitazione prima del sentiero che si sviluppa in modo uniforme per tutto il tragitto. Dopo diverse decine di metri di dislivello, e un lungo tragitto nel sotto bosco, inizia la neve. Temerari come siamo abbiamo proseguito senza ramponcini ma indossarli non ci avrebbe certo fatto male. Superate le foppe notiamo, alla nostra sinistra, un monte aguzzo e affascinante: il monte Sodadura. Ignari di questa cima ci informiamo sul suo nome e sulla quota, rendendoci conto che potrebbe essere una bella meta (come, di fatto, scopriremo pochi giorni dopo). Passato praticamente tutto il tempo alla parete nord del monte, finalmente raggiungiamo lo Zucco di Desio, spalancandoci la finestra sopra Lecco. Da qui vediamo, non poco distante, il bivacco Locatelli (la nostra meta); la meravigliosa Lecco, la Grigna, il Resegone e tanto ancora. Proseguiamo fino a raggiungere la piccola cresta che si sviluppa poco prima del bivacco dove il vento si fa sentire. Giunti a destinazione, troviamo all'interno del Locatelli tre signori anziani della bergamasca. Con loro nasce una discussione: queste bellissime montagne della Valsassina sono appartenenti alle Alpi Orobie? Da lecchese volevo rivendicare la proprietà di queste fantastiche terre. Fermati per un pranzo veloce, iniziamo la discesa dove rincontriamo i bergamaschi. Qui veniamo a sapere che uno di loro aveva compiuto il giorno prima ben 83 anni e che, come tutti gli anziani che rimembrano il passato, facevano di corsa, in brevissimo tempo, tutte le montagne che si ricordavano. Ci suggeriscono anche di valutare il Pizzo Diavolo nelle Orobie che, attualmente rimane ancora un'idea. Lasciandoci alle spalle questo piccolo gruppo, ecco che rincomincia il sotto bosco. Dopo aver camminato/corso per tornanti su una strada lunga e monotona, raggiungiamo nuovamente Casere, dove avevamo parcheggiato l'auto.
Grignetta invernale
2025-01-09
Partiti senza l'unanime consenso dei nostri parenti, ci rechiamo nelle prime ore del pomeriggio ai piedi del rifugio Carlo Porta, con l'intento di osservare il tramonto sulla cima della Grignetta. Attrezzati di tutto punto (consapevoli che nel ritorno saremmo stati completamenti al buio) seguiamo le orme lasciate da un nostro predecessore. Durante tutto il tragitto siamo costantemente osservati dagli occhi curiosi dei camosci. Naturalmente, dato che era la prima volta che indossavo dei ramponi, non ho potuto non bucarmi i pantaloni nuovi di zecca. Ma, al di là di questo inconveniente, dopo aver passato la maggior parte del tragitto al di sotto delle nuvole, il sentiero ci apre le porte a uno spettacolo senza fiato: il sole, ormai basso, colorava il cielo e la parete della Grigna di sfumature gialle e rosse. Le nuvole, ormai al di sotto di noi, segnavano il confine tra il mondo terreno e quello in cui ci trovavamo. Eravamo fuori dal mondo, lontani da tutto. Questo spettacolo ci accompagna fino al bivacco errario, nel quale sostiamo per pochi minuti, giusto il tempo di bollire dell'acqua calda per preparare bel tè caldo. Appena usciti, il sole è scomparso in pochi secondi e, armati di frontalini, affrontiamo il buio e con esso la discesa. Con nostra sorpresa ci risulta molto più facile del previsto ma gli occhi luminosi, di quegli stessi camosci del pomeriggio, che compaiono di tanto in tanto nella nebbia della notte, ci ricordano che non siamo soli e che come noi guardiamo la natura, essa guarda noi.
Magnodeno │ Passo del Fò
2025-01-05
Partito in solitaria da Erve per raggiungere la cima del mio caro monte Magnodeno, mi rendo ben presto conto che è il momento di cambiate scarponi. Avanzando metro dopo metro, questo piccolo e poco conosciuto monte, mi mostra alla mia destra la cresta giumenta (che si collega al famoso Resegone), mentre alla mia sinistra vedo il monte Barro e i vari piccoli laghi che sorgono ai suoi piedi. Raggiunta la croce, riconosco un mio conoscente (amico di mio zio Antonio Pattarini) all'interno del piccolo rifugio, in procinto a preparare il pranzo per quella domenica, per tutti quelli che erano con lui. Fermatomi per qualche minuto a parlare e a mangiare il mio panino, proseguo il mio cammino fino alla Cima del Fò, dove, a mia sorpresa, presenta dei piccoli tratti con catene che hanno reso il giro ulteriormente bello. Iniziata la discesa le punte delle dita dei miei piedi chiedevano pietà ma non potendomi certo fermarmi arrivo nuovamente ad Erve che, nell'attraversarla, mi sembra più lunga di tutto il tragitto appena fatto. Arrivato all'auto mi tolgo immediatamente gli scarponi e con mia (poca) sorpresa mi ritrovo le unghie dei piedi blu a causa delle continue percussioni su di esse.
Grignetta │ Direttissima
2024-10-21
Superati i Pian dei Resinelli, verso una viuzza ricca di villette, iniziamo a indossare zaini, scarponi e pile. Appena afferro lo zaino, noto che è completamente bagnato, conseguenza di aver dimenticato a casa la guaina di plastica della borraccia appena comprata che impedisce al tappo di far trapassare l'acqua. Disperato all'idea di dover fare la direttissima dopo un periodo molto lungo di astinenza dalla montagna, mi rendo presto conto che quei 500 ml di acqua che avevamo sarebbero dovuti bastarci per tutto il tragitto. Tutto il sentiero è caratterizzato da immense guglie che rendono il paesaggio fantastico. Dopo averne superate parecchie, ecco che giungiamo al tratto più caratteristico della direttissima: una parete semi-ferrata che giunge ai piedi di una scala di metallo. Superato questo tratto e altre catene, giungiamo a una serie di tornanti che ci portano alla bocchetta del giardino. Morti di sete, continuiamo ad "arrampicarci" sull'ultimo tratto finchè non vediamo, ancora un po' distante, il bivacco Ferrario. Giunti a destinazione, veniamo circondati da degli uccelli che abitano le grigne: il gracchio alpino. Dopo averne sfamati a decine con pezzetti di mollica, riprendiamo la discesa, questa volta passando per il "sentiero delle capre". Giunti a pochi passi dai pian dei Resinelli, vediamo una coppia di camosci che, sempre curiosi per natura, ci fissano incuriositi. Appena arrivati all'auto, la prima cosa che facciamo è dirigerci verso uno dei bar dei Resinelli per bere qualunque cosa fosse disponibile. Dopo averne trovati tre chiusi eravamo disperati ma, per fortuna, il bar davanti alla chiesa era aperto e abbiamo potuto abbeverarci come si deve.
Laghi Azzurri │ Spluga
2024-08-21
Dopo settimane, se non mesi, in cui mio zio Pattarini insisteva a portarmi sul Passo dello Spluga, ecco che assieme a lui, mia zia Nucci, il loro amico Enzo e sua moglie Paola, ci dirigiamo al grande parcheggio del villaggio Montespluga, opposto alla diga. Il sentiero, nel primo tratto, si distende su una zona erbosa per poi lasciare il posto a una ghiaione di grane sassi color ferro. Dopo aver fatto praticamente parkour tra di essi, giungiamo ad un primo laghetto che altro non è se una piccola estensione di un lago più grande. Io e Enzo lasciamo Paola e gli altri per fare uno strappo alla cima "Pizzo della Casa" (che purtroppo nella traccia non è segnato). In 20 minuti siamo di nuovo dai nostri compagni e, non prima di aver sgranocchiato qualcosa, riprendiamo la discesa. Incontrato un altro ghiaione di sassi più piccoli e grigi giungiamo ad un terzo laghetto: il Bergseeli. Fatti gli ultimi tornanti, raggiungiamo la strada. La monotonia di questo ultimo tratto si fa sentire e, nonostante manchino veramente pochi chilometri, non sembrano finire mai ma, come ogni cosa, anche questo giro giunge al termine.